Pinacoteca di Bernalda e Metaponto

Per una Galleria d’arte moderna

6 Dicembre 2017 di nella categoria PAMeC con 0 e 0
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In un aureo libretto di vent’anni or sono che raccoglieva una serie di interventi intorno al tema “Il Museo nella società” – come riportava il titolo – si possono leggere alcune considerazioni, peraltro riprese da un breve testo di quindici anni prima, che potrebbero valere ancor oggi. “Nella defizione stessa di museo d’arte contemporanea sembra racchiudersi l’insidia di una contraddizione: se al termine museo diamo il significato di selezione e giudizio, di cristallizzazione storica degli elementi da conservare e disporre, e se nel fatto che tale opera selettiva e critica deve rivolgersi alla contemporaneità in atto, vediamo un contrasto con l’esigenza, altrettanto primaria, di fornire una continua documentazione di tipo, diremmo, fenomenologico, o testimoniale. In effetti, come è stato affermato, il museo d’arte moderna è una continua creazione. E’ un organismo di conoscenza e di collaborazione con la cultura artistica nel suo farsi, e perciò è suo carattere costitutivo anche la sperimentazione”.

Sono parole dell’indimenticato Franco Russoli, studioso che sapeva bene come la nozione storica di Museo dovesse fare i conti coi rivolgimenti sempre più repentini dell’arte contemporanea, e con una trasformazione della fisionomia, delle funzioni del museo stesso. Era il tempo immediatamente precedente al ’68, e già le vicende artistiche offrivano segnali e avvertimenti di una crisi dell’opra propriamente intesa di cui il museo era stato il “contenitore” eccellente, il luogo per antonomasia della sua consacrazione e della sua conversazione. E si comprende bene come la preoccupazione dominante fosse quella di intendere il Museo come “sede e strumento di relazioni, di controlli, di ricerche”, oltre che di “godimento estetico”, prima ancora che di raccolta di opere esemplari mitizzate, scelte secondo un criterio di valore inevitabilmente soggetto ad essere rimesso di continuo in discussione.

Raccomandava dunque flessibilità, Russoli, e libertà da schemi, da mummificazione, per rendere il museo un organismo aperto, certo selettivo e tuttavia capace di dare conto di ogni contributo rivelatore della cultura del momento. Non si faceva cenno, in quella circostanza, alle questioni del territorio, ovvero al rapporto che comunque ogni istituzione museale ha naturalmente con la città e appunto il territorio in cui sorge e con cui mantiene comunque delle relazioni. E si può anche comprendere, oggi, col senno di poi, come in quegli anni interamente soggiogati dal mito della neoavanguardia e dell’internazionalismo linguistico, la questione della geografia della cultura sembrasse irta di insidie. Era il crescente complesso della provincia a minare ogni pensiero di Museo comunque riferibile a radici e ragionamenti territoriali.

Un aspetto spinoso, questo, che per riportare le cose in un’onesta prospettiva, dovrebbe almeno indurre a riflettere sulla storia artistica del nostro Paese, fino a ieri, si può dire, fortemente caratterizzata proprio in senso geografico. Non per nulla ancor oggi si continua a parlare di “scuole” legate a città o regione o aree geografico-artistiche, appunto. Dall’altro lato è inevitabile tener conto della progressiva perdita di pertinenza di questi riferimenti di fronte alla rapida usura di tradizione e identità linguistiche geograficamente connotate, causa la massificazione dell’avanguardia – sempre intesa in una strategia internazionale – e l’omologazione repentina dei suoi linguaggi nell’ottica, come sul dirsi, del cosmopolitismo linguistico. Un altro studioso particolarmente sensibile e attento ai temi museologici, Andrea Emiliani, ha trattato ampiamente la questione del rapporto museo-territorio: questione magari cacciata dalla porta, ma che finisce rientrare pur sempre, in qualche modo, dalla finestra. O da un’altra porta, che non sarà quella di servizio “del” servizio che ogni museo dovrebbe fornire al pubblico. Perché, come osservava amaramente Emiliani, parole importanti come “programmazione e pianificazione sono passate, fra le altre, nel bel mezzo di un rossore intellettuale. Datate e sminuite; comunque giù di moda nel lessico del paio di settimanali e dei quotidiani che da Pordenone a Caltanissetta, segnano il tempo e danno la buona ventura all’attualità culturale. Così pure decentramento, partecipazione, identità culturale sono scomparse dalle traiettorie culturali, fiutando vento infido.”

Era, quella, la stagione dell’effimero, di amministratori e funzionari in cerca di riflettori e facili plausi, la stagione della cultura del pret à porter, della cultura di intrattenimento, se non da avanspettacolo. Contavano gli eventi spettacolarizzati, piccoli e grandi, da inventare e consumare, non gli investimenti sul lungo termine, senza garanzia di un ritorno di immagine immediato. Chi pensava più al museo come “laboratorio della storia”?

Vero è che da quei mitici – o famigerati – anni ’80, non s’è affievolito il dibattito su identità e fusioni del museo. E comunque è indubbio che abbia preso più forza, intanto, la spinta al potenziamento di tali strutture e alla creazione di nuove. Magari nella prospettiva di una loro valorizzazione cme risorsa anche economica, per quanto riferibile quasi solo, come si può ben comprendere, ai grandi musei, o per certi e meno lodevoli aspetti, a nuovi musei e gallerie apparentati al modello parco-giochi, alla Disneyland. Si può ben intendere, dunque, che tutt’altro è il caso di una Galleria come questa a Bernalda, periferica, come usa dirsi, di dimensioni raccolte, nata e cresciuta quasi esclusivamente per passione artistica, unita a senso civico, di chi ha a cuore la cultura visiva e vede in essa anche una traccia significativa di storia e territorio. E proprio per questo è chiaramente volta a dare ragione di uno stretto rapporto con questa terra della cui storia ed attualità, in qualche misura, rappresenta un laboratorio attivo. In altri termini, un luogo di cultura continuatamente verificata, come si potrebbe dire dal momento in cui la prospettiva storica in cui si calano le opere raccolte sollecita un’incessante e sempre rinnovata riflessione su valori non solo estetici. Dunque, un laboratorio in cui quei documenti storici rivelatori che sono le opere offrano un’immagine significativa di un’identità culturale geograficamente accertabile, ma posta necessariamente in relazione con quanto di più significativo è accaduto e accade entro un orizzonte il più largo possibile. In fondo, proprio questo potrebbe essere l’obiettivo primo di ogni museo o galleria d’arte contemporanea che sorga in qualche parte della periferia italiana. Com’è appunto il caso di Bernalda, che certo non può avanzare pretese di competizione con le copiose raccolte e i grandi eventi e le mastodontiche promozioni delle istituzione dei centri maggiori, ma può ritagliarsi un proprio spazio d’azione e perfino una singolare specificità di accenti. Ed è ciò che fino ad oggi si è fatto documentando per quanto possibile una realtà artistica in cui si rispecchiano storia, tradizione, mitologie grandi e piccole di questa terra, insieme al rovello di un confronto attivo con l’esterno, ovvero con le vicende diffuse a più largo raggio dell’arte contemporanea.

E’ la succinta storia di quasi un secolo che si legge in filigrana nei lavori raccolti e sistemati in queste sale E quand’anche questa storia si manifesti in tono minore, ecco, come sottovoce, basteranno alcune presenze “esterne”, alcuni nomi di dimensione per nulla locale per far comprendere tutto in fondo possa legarsi in rapporti complessi, offrirsi a confronti non modesto profilo. S’intende che qui si troverà di casa in primo luogo una vocazione realista fondata su una trasmissione di memorie e una partecipazione alla vicende sociale continuamente rinnovata e vissuta, o fors’anche patita come un’incancellabile eredità. E si potrà anche comprendere da certi auguri qui rappresentati come questo realismo dai toni ora aspri, ora più sommessi, possa assumere a volte inflessioni riconducibili ad un genius loci che non si è voluto barattare con più chiassose novità metropolitane. Come un’eco insopprimibile nei miti mediterranei, quasi un eterno ritorno del classico. E talora, invece, si vede bene come si faccia più urgente l’esigenza di misurarsi con altri motivi, tentare altre sintonie, mettere a frutto più aggiornate assimilazioni. Del resto, presenza di diverso ambito geografico come quelle di Tono Zancanaro, Ernesto Treccani, Sandra Langston, e soprattutto Joseph Beuyes, stanno a confermare passaggi, incontri, rapporti, che naturalmente hanno portato altra lunga alla cultura visiva del territorio. Così che la loro presenza nella Galleria conferma l’idea di museo “come luogo di cultura continuamente verificata”, riprendendo le parole di Russoli. Espressione della cultura visiva di un’area geografica, ma nondimeno della struttura “flessibile, libera da schemi, mai immobile”, costantemente aperta e in relazione attiva col divenire dell’arte.

Claudio Spadoni
Storico d’Arte

( da Pinacoteca Comunale d’Arte Moderna Bernalda – Metaponto, Bernalda 2002, pp.9-13)

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